Giornata della memoria 2018

Giornata della memoria 2018 – Le donne di Ravensbrück

Il 27 gennaio si celebra la giornata della memoria e ho deciso di dedicare uno spazio al ricordo di questa disumana esperienza che ha sfruttato anche le abilità manuali delle detenute per sostenere l’economia del regime nazista. La data è quella della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, ma in Germania durante la guerra furono creati molti altri lager. Uno di questi era a Ravensbrück, a 90 km a nord di Berlino e a 4 Km dalla cittadina di Fürstenberg. Si trattava di un campo femminile, edificato nel 1939, che aveva lo scopo iniziale di rieducare le prigioniere attraverso l’ordine, la disciplina, la pulizia e il lavoro. Nel 1941, tuttavia, quando la manodopera in Germania cominciò a scarseggiare, il lager venne trasformato in distretto produttivo destinato alla confezione delle divise per l’esercito.

Nel Betrieb o Industriehof, c’era la fabbrica sartoriale. Sedute davanti a lunghe file di macchine da cucire, le donne lavoravano in turni massacranti di 12 ore al giorno, controllate a vista dalle SS e continuamente vessate. All’inizio del ’44, un intero blocco venne destinato alle donne anziane che lavoravano a maglia per 14 ore al giorno, producendo maglie e calze per le SS e l’esercito. In questo blocco, le condizioni di lavoro “più favorevoli” presentavano per le detenute però anche un rischio maggiore di essere dichiarate inabili al lavoro pesante ed essere trasferite da un momento all’altro ai forni crematori con i trasporti neri.

Giornata della memoria, campo di concentrameno di Ravensbruck

Il libro di Lidia Beccaria Rolfi e Anna Maria Bruzzone, Le donne di Ravensbrück, raccoglie le testimonianze di cinque deportate politiche italiane, internate in questo lager. Solo una di loro lavorò per pochi giorni nel Betrieb, Bianca Paganini Mori, e tutte furono impiegate come operaie alla Siemens.

Quello che colpisce, leggendo il libro, è la dignità con cui queste donne, che hanno vissuto l’inferno in terra, raccontano la propria storia. Ricordare e raccontare è per loro una sofferenza se vogliamo doppia, quella di rivivere le atrocità del campo e quella di non poter comunicare appieno la propria esperienza, anche per la mancanza di comprensione da parte delle persone che non l’hanno provata.

Scrive Bianca: “Non so se vogliamo ricordare perché il ricordare ci fa male oppure perché pensiamo che sia praticamente inutile anche per gli altri, per il semplice motivo che gli altri non possono capire. Chiunque può parlare, chiunque può scrivere della deportazione, ma le parole non possono esprimere chiaramente quello che noi abbiamo patito. Perché era una sofferenza insieme fisica, psicologica, morale, una tale sofferenza…indescrivibile”.

E Lidia conferma: “Non è possibile raccontare. Quando tento, mi accorgo che gli altri mi guardano stupiti, perplessi: dubitano della mia integrità mentale, mi credono pazza. I più disponibili mi ascoltano educatamente per pochi minuti, poi mi pregano di cambiar discorso perché “non possono sentire”, “fa troppa pena”, “quell’Hitler era proprio pazzo”. Un muro si leva fra me e il mondo”.

Il tratto comune che emerge dalle testimonianze è la disumanizzazione a cui furono sottoposte tutte le prigioniere fin dal primo giorno. Erano divise dalle compagne e impossibilitate a comunicare con persone di altre lingue, private dei pochi beni posseduti, costrette a visita medica di gruppo completamente nude, ammassate nelle baracche senza un posto dove dormire, nutrite con pochissimo cibo, vestite di stracci, vessate in ogni modo dalle addette al controllo, sottoposte a lunghissimi appelli mattutini di ore prima dell’alba in piedi e all’aperto con qualsiasi temperatura e costrette a lavorare per 12 ore al giorno con un’unica breve pausa.

Quello di cui il sistema concentrazionario, con le sue regole assurde e la sua continua violenza fisica e psicologia, però non aveva tenuto conto era che quando gli esseri umani sono ridotti a vivere come bestie e come schiavi, accomunati dalla sofferenza e dalla volontà di sopravvivere, sviluppano uno spirito di solidarietà e di mutuo aiuto che è inimmaginabile in condizioni di vita normali. Lo dice bene Bianca: “Nasce sempre la solidarietà, per forza di cose, fra coloro che soffrono, fra coloro che sono costretti a vivere in un inferno: nasceva per noi dalla miseria in cui eravamo, dalle atrocità che dovevamo sopportare”.

e ancora Livia: “[…] nel dolore si sente l’affetto ancor di più e ci si aiuta”.

Ecco allora che, sfidando le punizioni e le regole del sistema, queste donne si sostenevano a vicenda in ogni modo possibile. Aiutavano le compagne in difficoltà a finire il lavoro della giornata, condividevano il poco cibo a disposizione, si sostenevano in caso di malattia, condividevano letto e coperta. Un episodio mi ha colpito in particolare. Una domenica un blocco di deportate fu sottoposto ad una punizione collettiva la domenica (unico giorno libero dal lavoro) con un appello, in cui le deportate furono lasciate in piedi al gelo dalla mattina alla sera, senza acqua né cibo. Le compagne degli altri blocchi, si privarono dei pochi indumenti caldi in loro possesso e li portarono alle povere malcapitate per non farle morire di freddo.

Questi atti di estrema umanità rendono più comprensibile la conclusione a cui arriva Bianca: “Il campo mi ha insegnato che è inutile avere, che le vere ricchezze sono dentro di noi. Quell’esperienza non la auguro a nessuno, non la rifarei per tutto l’oro del mondo, però…da tanto male, a me, sinceramente, è pur derivato del bene”.

Nella giornata della memoria, ricordiamoci quindi che anche se l’uomo è ridotto a vivere al limite della sopravvivenza fisica e morale, conserva in sé la forza dell’adattabilità e della compassione.

Per altre notizie sul campo di concentramento di Ravensbrük consultare:

ANED – Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti

www.ravensbrueck.de (pagina anche in italiano)

 

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