T-shirt

Da dove arriva la T-shirt che indossiamo?

Nella giornata mondiale della terra che ricorre il 22 aprile, non poteva mancare una riflessione sull’inquinamento correlato alla produzione di tessuti o di indumenti. Alcuni li usiamo anche per i nostri progetti creativi, come per esempio le T-shirt.

Qualche tempo fa ho letto un libro di Pietra Rivoli dal titolo I viaggi di una T-shirt nell’economia globale. Mercato e politica nel mondo del commercio (Milano, Apogeo, 2006). Quando l’ho visto sullo scaffale della biblioteca, mi sono subito incuriosita. Infatti, l’industria della moda è la seconda più inquinante dopo quella petrolifera, secondo un articolo apparso su iltabloid.it dal titolo “Fashion revolution”. Sempre nello stesso articolo, si dice che per produrre 1 Kg di abiti di cotone si usano 10.000 litri di acqua e si produce molta anidride carbonica, oltre che in molti casi sfruttamento di manodopera a basso costo.

I viaggi di una T-shirt nell'economia globaleIl libro di Pietra Rivoli è un’inchiesta sulla filiera che porta alla produzione di una T-shirt a basso costo. Il suo punto di vista è incentrato sul mercato americano, ma alcuni dati e alcune riflessioni sono valide globalmente. Si parla infatti di un mercato globalizzato che coinvolge diversi paesi in tutto il mondo, ma a farla da padroni sono gli Stati Uniti e la Cina.

Il Texas è il maggior produttore mondiale di cotone grazie a una politica economica protezionistica relativa a questo settore industriale, che non ha eguali. Questo ha permesso agli Stati Uniti di sottrarre la produzione di cotone alle logiche del libero mercato. Il problema della coltivazione di cotone sono le mutevoli condizioni meteorologiche. La pioggia condiziona il momento preciso della raccolta del cotone, che non può essere bagnato o umido. Prima dell’invenzione di macchine ad hoc, era quindi necessaria molta manodopera in periodi specifici, ma imprevedibili. Alle macchine si è poi affiancata la chimica, utile sia per ridurre il lavoro manuale di estirpazione delle erbacce infestanti, sia soprattutto per creare nel momento e nel luogo voluto dal proprietario le condizioni ottimali alla raccolta.

E quindi già nella prima fase della produzione della materia prima ci sono pesanti fonti di inquinamento ambientale. Il problema dell’inquinamento è solo parzialmente mitigato dal fatto che del cotone raccolto non si butta praticamente nulla. Se non viene trasformato in candido filo, viene reimpiegato in altri modi. Le capsule e le foglie diventano mangime per i bovini, dai semi si ricava un olio molto richiesto dall’industria alimentare, i baccelli si trasformano in fertilizzanti e concimi organici e i residui di lanuggine attaccati ai semi vengono lavorati per ricavare imbottiture, coperte e stoppini.

Una volta raccolto e selezionato, il cotone viene esportato in Cina. Qui viene filato, tessuto e confezionato per ricavare vari indumenti, fra cui anche T-shirt. Ci vogliono circa 150 g di cotone per produrre una maglietta, in cui valore è di circa 15 centesimi di dollaro. Il lavoro viene svolto in stabilimenti che impiegano soprattutto donne con orari estenuanti (12 ore al giorno), in condizioni di sicurezza e igiene discutibili e in uno stato di semi-schiavitù. Ai nostri occhi si tratta di violazioni dei diritti umani in nome del profitto e di certo lo sono. L’autrice tuttavia, parlando con alcune operaie cinesi, ha scovato una diversa prospettiva. Molte arrivano dalle campagne e per loro il lavoro in fabbrica è molto più leggero e preferibile a quello che svolgono nelle fattorie. Inoltre, lo stipendio che guadagnano, seppur misero, permette loro di avere l’indipendenza economica. Questa porta all’emancipazione sociale, dalla famiglia di stampo ancora patriarcale e dagli eventuali mariti imposti.

Le T-shirt confezionate tornano poi negli Stati Uniti, oggi senza limiti di importazione. Fino al 2005 tuttavia esistevano quote massime concordate dal Governo americano con i diversi Stati (sempre in barba al proclamato liberismo!).

T-shirt e abiti usatiIl mercato delle magliette a basso costo genera un fiorente mercato dell’usato. Infatti, tutti gli indumenti che vengono scartati e conferiti alle varie associazioni benefiche superano di gran lunga la richiesta di vestiti dei bisognosi, anche se venissero regalate. Si è creato quindi un imponente business che conta molti attori in competizione fra loro. Per sopravvivere i commercianti devono conoscere i fornitori, conoscere i clienti ed essere rapidi nell’agire.

I vestiti raccolti vengono divisi in tre gruppi: abiti destinati alla vendita, indumenti da cui si ricavano strofinacci e indumenti per produrre cascami. Mentre le magliette vintage possono valere molti soldi e vengono vedute soprattutto in Giappone, quelle in buono stato hanno mercato nell’est Europeo e soprattutto in Africa. E’ in quest’ultimo continente che avviene il riciclo di circa il 93% dei prodotti tessili senza uso di prodotti chimici inquinanti, semplicemente con un mercato al dettaglio che conosce i clienti di persona e riesce a far incontrare con grande abilità l’offerta con la domanda.

E’ a quest’ultimo modello di mercato che dovremmo ispirarci anche noi per un approccio più ecologico alla moda. Ci possiamo rivolgere ai mercati stabili o ai mercatini periodici dell’usato, che sono presenti ormai in quasi tutte le città. Inoltre i moderni mezzi di comunicazione possono aiutare a scovare i gruppi sui social network dedicati agli scambi di oggetti fra gli iscritti. Altra opportunità da provare sono gli swap party, incontri per scambiarsi vestiti. Ci possono essere poi i semplici baratti fra amici e conoscenti, che sono un’ottima occasione di socializzazione.

Se proprio non ci convince la via dell’usato e vogliamo comprare dei capi nuovi, informiamoci sui brand. Usiamo l’hashtag #whomademyclothes, promosso dall’associazione no profit Fashion revolution, per chiedere ai produttori la genesi degli abiti che producono. L’associazione, nata in Gran Bretagna, ha espanso la sua attività in tutto il mondo. Sul sito dedicato, si possono trovare tanti suggerimenti utili e guide a un consumo consapevole nella moda. Come Pietra Rivoli, diventeremo sicuramente più consapevoli di quello che sta sotto a ciò che indossiamo o usiamo per i nostri progetti creativi e sceglieremo di conseguenza.

Vedere per credere in questo fantastico esperimento sociale!


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